
Sono seduta almeno da dieci minuti di fronte al pc, chiedendomi se avessi scelto il titolo giusto, da proporvi, per le buie e fredde giornate invernali che si apprestano ad arrivare. Spero, che si apprestino, visto i venti gradi che anche oggi segnava il termometro…
Convinta della mia scelta, mi sono allora chiesta se il titolo della newsletter fosse appropriato, o se avrei dovuto modificarlo in “Ti sconsiglio un libro”.
Adesso forse siete voi che vi starete facendo qualche domanda. Vi starete chiedendo se, negli ultimi giorni, io abbia sviluppato un lato sadico, magari dovuto a questo odioso caldo che non ne vuole sapere di andarsene. Oppure se ho ideato una pozione che, una volta bevuta, mi ha trasformato in una qualche sorta di Miss Hyde. Mi dispiace deludervi, niente di tutto questo. Seguitemi, e vi svelerò l’arcano (detto così, però, effettivamente fa un po’ dottore pazzo della Londra del XIX secolo).

La trama di “Casa di Foglie”, dello scrittore Mark Z. Damielewski, è piuttosto semplice e non propriamente innovativa. Johnny Truant, impiegato presso uno studio di tatuaggi, si trasferisce in un appartamento dopo che il vecchio proprietario cieco, Zampanò, è passato a miglior vita. Lì rinviene un saggio accademico, scritto dallo stesso Zampanò, riguardo a un documentario, “La versione di Navidson”, girato dalla famiglia Navidson, su una serie di inquietanti fenomeni che accadono nella loro nuova casa. In particolare, l’apparizione prima di una porta, poi di un corridoio, e poi di uno spazio all’apparenza infinito, fatto di scale e stanze, mentre l’esterno dell’abitazione rimane della stessa grandezza. Johnny, che non deve essere tutto sano di mente, oppure un gran consumatore di droghe (non ci è dato di saperlo con precisione, ma un’idea ce la possiamo fare), diventerà ossessionato da questa storia, cercando di provarne l’autenticità, mentre il buio del nuovo appartamento si fa ancora più oscuro…
Dunque, case stregate e pazzi ossessionati. “Niente di nuovo sotto il sole”, come dicevo prima (premetto, sono sempre gradite, storie del genere, eh!). Quello che vi farà andare fuori di testa, nel bene o nel male, è la struttura narrativa ma, soprattutto, architettonica della storia. Sì, architettonica.
“Casa di Foglie” rientra in quella che viene definita letteratura ergodica. È un genere narrativo che richiede al lettore uno sforzo attivo sia nella fruizione del testo che nella sua interpretazione. Si tratta di testi scritti con layout particolari, font e colori differenti, testi speculari o rimandi interni. Queste caratteristiche non servono solo a fare imprecare il lettore per lo sforzo che lo obbliga a fare, ma vanno a stimolare il coinvolgimento fisico, emotivo e sensoriale durante la lettura che, in questo caso ancora di più, si può definire un’esperienza.
Scendiamo nel dettaglio. Abbiamo tre punti di vista (quattro, comprese le lettere scritte dalla madre di Johnny poste in fondo al romanzo), Johnny Truant, Will Davidson e Zampanò. Ogni narratore ha un font suo, e uno spazio, suo. Ci sono paginate di note scritte minuscole; pagine quasi vuote se non per un paio di parole messe sparse; scritte in rosso; scritte capovolte. La struttura narrativa segue, proprio nell’utilizzo dello spazio della pagina, la discesa verso la pazzia di Johnny, ma anche l’esplorazione di Navidson e compagni dello spazio “impossibile” della casa, in un parallelismo che è impossibile non notare. Sarete tentati di saltare le note, lunghi elenchi di varie cose che non influiscono sulla trama, ma influiranno sulle vostre sensazioni e sulle vostre emozioni durante la lettura.

Se, nonostante la mia premessa, siete ancora intenzionati ad affrontare questo tomo complesso e pure di notevoli dimensioni, non abbiate fretta nel volerlo terminare. Mettetevi comodi, di sera, su una poltrona o su un divano (un gatto, o due, sulle gambe è un optional sempre gradito), con una bella luce vicino e qualcosa di buono da bere o da mangiare. Magari prima sgranchitevi le braccia, perché vi ritroverete a girarvelo e rigirarvelo tra le mani, quel maledetto, pesante, libro. E partite per questo viaggio allucinante, insieme a Johnny Truant e Will Navidson. Io l’ho fatto diversi anni fa, e ancora le sensazioni che mi hanno investito durante la lettura riappaiono al solo ricordo. Lo rileggerò? Forse se impazzissi come Johnny. Però, chi lo sa…
Se sono riuscita a stuzzicare la vostra curiosità, o almeno il lato contorto della vostra sfaccettata personalità (il mio è molto accentuato, ormai l’avrete capito), e decidete di mettervi alla prova con “Casa di Foglie”, aspetto assolutamente un vostro commento. O una vostra maledizione. Va bene lo stesso.