
Estate 2025. Sapete, quell’estate orribile, dove mi sono accasciata mentalmente, e squagliata fisicamente, e di cui penso di avervi parlato in modo abbondante nella prima newsletter di settembre? Ecco, proprio durante quell’estate lì – che sembra passato un secolo invece di una manciata di mesi – un giorno mi sveglio, nutro le gatte, faccio colazione con il solito yogurt greco di soia e granola al cioccolato e, quando ho terminato, mi passa questo pensiero in testa:
“ho voglia di leggere poesia”.
Dovete sapere che il mio ultimo approccio alla poesia risale a quando frequentavo la quinta superiore, un miliardo di anni. La professoressa, innamoratissima di Baudelaire e del decadentismo, ci tenne sul poeta per almeno tre mesi, invece di sfiorarlo appena come da libro di testo. Fotocopie su fotocopie da “I fiori del male”, e pace all’anima di D’Annunzio, che saltò a piè pari insieme ad altri scrittori e poeti. Io ne fui felice, perché mi appassionò molto, anche se lo trovai decisamente complesso.
Avvertivo voglia di poesia, di qualcosa che bussasse diretto e coinciso al mio mondo emotivo. Ma cercavo qualcosa di più “contemporaneo”, di Baudelaire, qualcosa all’apparenza semplice da comprendere, scritto in modo moderno, un po’ come i testi delle canzoni. Cercavo qualcosa che parlasse d’amore, di passione, di desiderio, ma anche di perdita e di dolore. Dopo una breve ricerca su Google, un nome mi appariva in continuazione. Mi sono voluta fidare, ed eccomi qui, mesi dopo, a parlavi di questo libro, di cui non mi sono mai pentita dell’acquisto.

“milk and honey” è la prima raccolta di poesie e prosa di Rupi Kaur, scrittrice e artista di origine indiana. Trasferitasi, con tutta la famiglia, in Canada all’età di quattro anni, faticando per imparare l’inglese, cominciò a scrivere poesie e a disegnare da giovanissima. Questa sua prima raccolta, a cui ne sono seguite altre due, è stata scritta quando lei aveva ventun anni, e successivamente auto-pubblicata nel 2014, un anno dopo.
La raccolta è divisa in quattro parti, ognuna di queste ha un titolo di una parola, un verbo, direi esplicativo: “il ferire”, “l’amare”, “lo spezzare”, “il guarire”.
Ogni capitolo affronta esperienze di vita vissute. Vicende familiari, alcune anche gravi, che lei esplora, rivendica la propria sofferenza, comprende, perdona. L’incontro con un ragazzo, il divampare del desiderio, i momenti intimi, il riconoscersi attraverso tutto ciò. E poi l’abbandono, il rapporto che si spezza, e lei con esso, la depressione, il cuore infranto, la perdita, il vuoto. Infine arriva la guarigione, l’accoglimento del dolore, il ripartire da sé stessa, non recriminare sull’aver tanto dato, l’accettazione del proprio corpo, la comunione con le altre donne, altre sorelle.
Ho apprezzato molto la suddivisione in capitoli, e i titoli scelti. La poesia che apre la raccolta, ancora prima del sommario, mette il lettore al corrente che quello che sta per iniziare è un viaggio, il viaggio di sopravvivenza di una ragazza di ventun anni che cerca salvezza nella poesia. Un messaggio potente, che, in quanto scrittrice, comprendo in pieno. Chiude la raccolta, invece, con quella che lei chiama “lettera d’amore da me a te”, un ringraziamento al lettore che ha fatto quel viaggio insieme a lei, che ha accolto la sua vita più intima e privata tra le sue mani.
I titoli delle poesie sono messi in fondo, ed è una cosa che io ho apprezzato in modo particolare, perché ti dà il tempo di farti una tua idea, mentre leggi. Molti scritti sono accompagnati da disegni stilizzati, realizzati dalla stessa Kaur. Li ho trovati parte integrante del testo stesso, aumentando la potenza del messaggio.
Avevo letto, su alcune recensioni, che il libro si legge in trenta minuti. Forse. Dipende da come lo leggi. La prima volta, sì, l’ho letto tutto d’un fiato. Le parole mi trascinavano con sé, mi facevano provare emozioni a cui non mi davo il tempo di dare un nome, figuriamoci elaborare. So solo che ne volevo di più, subito. La seconda lettura, è stata diversa. Poche alla volta, la sera dopo cena, con le gambe sotto al plaid e le gatte sopra. Quelle che mi risuonavano maggiormente, le rileggevo, con lentezza, più di una volta, assaporando le parole una ad una. In questo momento, sto rileggendo il capitolo “il guarire”. Un balsamo per l’anima.
Devo dire che sono rimasta sconcertata, nel vedere che incredibile chiarezza e comprensione dei propri sentimenti questa giovane donna ha espresso nelle sue poesie. In un’età in cui, a volte, fatichi anche solo a riconoscerle, certe cose, figuriamoci dargli un nome. E come la potenza emotiva da lei descritta fosse così simile, anzi, identica, a quella tutt’ora presente in me, che i vent’anni li ho passati da un pezzo (e un altro pezzo).
È proprio vero, il cuore non invecchia mai.