
Prima newsletter del nuovo anno. Avrei voluto risolvermela in modo semplice, consigliandovi qualche libro, o film, oppure una bella lista dei “5”, magari su qualcosa di particolare e intrigante. Ma è il primo articolo del 2026, e mi sembra giusto fare una riflessione, insieme a voi, su qualcosa di più complesso e, magari, più arricchente. E poi avevo già promesso, per chi mi segue sui social, che avrei scritto delle mie riflessioni sul potere salvifico e catartico dell’arte, se avessi trovato un modo per sbrigliare le mie elucubrazioni mentali e dare una forma di senso compiuto a tutto il discorso.
In realtà, è ancora tutto confuso nella mia testa, che sta ancora a pensare al panettone ammezzato in dispensa (al caffè e cioccolato, per l’esattezza), ma butterò giù qualcosa a braccio, facendo finta di avervi qui, di fronte a me. La mia capacità di esposizione aumenta, quando posso guardare le persone negli occhi.
Io scrivo, e recito. Ho studiato, e studio tuttora, entrambe queste due arti. Ho scritto e pubblicato una raccolta di racconti e un romanzo (e ne sto scrivendo un altro adesso). Vado in scena da quattro anni. Cinque, con questo a venire. Non vi è nessun fine specifico terapeutico, nel modo in cui mi approccio ad entrambe.
Come educatrice professionale, faccio proprio il contrario. Nel mio lavoro, non vi è alcuna velleità estetica, di performance, quando utilizzo queste due forme di arte come strumenti di crescita personale. La consapevolezza dell’aspetto psicologico che sta dietro al lavoro artistico e creativo, mi ha fatto rendere conto di alcune cose, in particolare del perché l’arte è così impattante, a livello personale, in modo più o meno inconscio. Sulla propria persona, sulle proprie credenze, sul modo di essere e, soprattutto, sui nostri blocchi, le nostre ferite e le modalità di difesa.
Vi voglio parlare, in particolare, della recitazione. Tra scrittura e recitazione, l’impatto è notevolmente diverso. Perché? Per una differenza. Nella seconda, c’è il corpo, in ballo. Ma partiamo dal principio.
Quando, a teatro così come al cinema, inizi un lavoro sul personaggio, parte lo studio e la ricerca. Chi è? Dove vive? Cosa fa? La famiglia? Il lavoro? Se è poi un personaggio realmente esistito, la quantità di informazioni da elaborare è notevole. In seguito, si studia dal punto di vista psicologico, il carattere, le qualità, i difetti, le sue credenze, i pensieri, quello che desidera davvero, quello di cui ha paura nel profondo. Parte il confronto: quali sono le assonanze tra me e lui? E le dissonanze? Ci può essere un punto d’incontro, riguardo quest’ultime? Qui, il gioco inizia a farsi interessante. E complicato. Quanto siamo disposti a riflettere su di noi? A essere sinceri, ma davvero, sinceri? A guardare i nostri, di lati ombra, senza giudicarli, ma accettandoli?
Tanto più i personaggi sono complessi e sfaccettati, tanto più le resistenze si fanno sentire. Si fa presto a fare muro e dire “Io non ho niente in comune con lui/lei”. Oppure possiamo anche dire a parole “è vero, questa aspetto che io non accetto è presente pure in me”, ma senza crederci davvero, o senza volerci comunque lavorare sopra. Però, poi, c’è il corpo. Tu presti il tuo corpo, la tua faccia con le sue espressioni, la tua voce, a questo personaggio con cui, magari, non vai molto d’accordo. Ti muovi come fossi lui. Parli, come se fossi lui. Interagisci con gli altri personaggi, come se fossi lui. E lì può succedere. Che tu, finalmente, senta. Senti quel lato di te che hai tenuto nascosto per paura e vergogna. Lo tocchi con mano, anzi, con tutto il corpo. È uno tsunami di emozioni e sentimenti, e tu ne vieni investito.
La domanda che potrebbe nascere, se questa catarsi ha luogo, è questa: Cosa fare, adesso, che è stato scoperchiato questo vaso di Pandora?… Bella domanda, vero?
Non so se esiste una risposta universalmente giusta. Per quanto mi riguarda, per mia esperienza personale, accettare la cosa e lavorare per integrare questi nostri lati “oscuri”, è sempre la cosa migliore. Come si potrebbe altrimenti vivere, scissi da una parte così importante di noi stessi? Però comprendo che non è semplice. Ci si può spaventare, e non accettare quello che è riuscito ad emergere alla coscienza. Perché può voler dire mettere in discussione delle realtà granitiche su cui abbiamo costruito tutta la nostra vita ed esistenza. Poco importa che, di reale, ci sia ben poco.
Mi rendo conto che, queste mie riflessioni, potrebbero come voler tenervi lontani, dalla recitazione. In realtà, è tutto il contrario. Credo sia una forma d’arte meravigliosa, completa e catartica. Si lavora su noi stessi a tutti i livelli. Si vanno a richiamare emozioni prima con la mente, poi sentendole con il corpo, per viverle appieno, in tutta la loro forza. Si può fingere e, fingendo, essere per la prima volta veramente noi, in modo tanto sincero quanto spiazzante. E tutto questo avviene mentre sta avvenendo anche a chi, quest’avventura, la sta affrontando insieme a noi. Un viaggio pazzesco.
Siete pronti, per mettervi in gioco? Io, spero per voi, di sì.