
(Questo è un racconto breve che scrissi durante le mie prime lezioni di scrittura creativa. L’ho lasciato così, senza correzioni, senza modificare lo stile acerbo di una giovane scrittrice. E’ uno dei miei racconti preferiti, e non me ne vergogno. Spero possa piacere anche a voi. Buon Natale!)
Il primo fiocco di neve scese pigro, volteggiando nell’aria come una ballerina di tulle bianco vestita, e terminò la sua corsa sul piccolo naso lentigginoso.
Il sole fece capolino per l’ultima volta prima di sparire all’orizzonte, e la luce fiacca dei lampioni illuminò di arancio il marciapiedi trafficato. Uomini trafelati con cappotti di lana lunghi fino ai piedi e ventiquattrore, donne in pelliccia cariche di borse della spesa, tutti intenti nel raggiungere le loro calde alcove prima che la neve rendesse il loro cammino più ardimentoso.
Fu così che nessuno si accorse della bambina.
Se ne stava immobile, proprio al centro della passeggiata. Un caschetto di capelli castani incorniciava il suo pallido viso, due occhi grandi sgranati, una piccola bocca rossa come una fragola socchiusa in una “o”.
Un vestitino beige orlato di pizzo era il suo unico riparo da quel vento gelido, in un braccio teneva un piccolo paniere di bambù.
Girò la testa verso sinistra, dall’altra parte della strada. I suoi occhi si illuminarono, la “o” divenne un sorriso, e iniziò a correre. Raggiunse una signora, incurvata dagli anni sul suo nodoso bastone, qualche filo d’argento sbucava dalla pezzuola di seta che le abbracciava la testa. Sentendosi tirare per la manica, l’anziana si voltò. Il sorriso della bambina si spense, e riprese la sua corsa.
– Aspetta!- le urlò la donna, ma la piccola era già sparita.
Si strinse nelle spalle, e continuò il suo cammino.
Sopra una panchina di legno scuro d’umidità, la piccola si teneva stretta le ginocchia tra le braccia, e nuvolette di condensa uscivano rapide dalla sua bocca.
Un cane a passeggio con il suo padrone, un pastore tedesco, si liberò dalla stretta del guinzaglio e le corse incontro, la lingua penzoloni. La bambina s’irrigidì. La pelle, se mai era possibile, divenne più bianca della neve che adesso cadeva copiosa. Un urlo scaturì dalla piccola gola, e in un lampo riprese la sua corsa.
Passò davanti a sartorie, alimentari e drogherie, pescivendoli e calzolai. Poi, tutto a un tratto, si bloccò. La grande insegna sopra la porta, le cui lettere barocche dipinte in un improbabile rosso venivano rese ancora più luminose dalla luce del lampione, recava la scritta “Biblioteca”. La bambina, la testolina inarcata all’indietro, rimase ferma per qualche minuto, le sopracciglia aggrottate formavano una dolce cunetta sopra il naso lentigginoso. Alla fine un grosso sorriso le riscaldò il viso, ed entrò.
Nessuno la vide entrare. La scrivania era stranamente vuota.
Corse lungo tutto il corridoio, la moquette attutiva il rumore dei piccoli stivali di pelle, sbirciando in tutte quelle corsie colme di libri che arrivavano imponenti fino al soffitto. Nell’ultima corsia qualcosa era stato buttato a terra, un piccolo panno rosso che il pavimento giallo non riusciva certo a nascondere. La bambina vi si precipitò, lo raccolse da terra, se lo mise addosso e tirò il cappuccio fino a coprire la frangetta. Accanto alla mantella, un libro giaceva aperto a metà. La piccola lo prese in mano. Una lacrima le scivolò sulle piccole efelidi.
– Casa. – mormorò.
***
Anna uscì dal bagno, sistemandosi la gonna. Aveva bevuto troppa birra a pranzo, e le capitava di assentarsi spesso dalla scrivania. Poco male, pensò. Tanto ormai, con l’avvento di quei diabolici tablet, nessuno andava più in biblioteca, tanto meno con un tempo glaciale come quello.
Non fece in tempo a mettersi a sedere, quando un tonfo sordo le colpì l’orecchio.
– C’è nessuno? –
Attese. Nessuna risposta.
Decisa a scoprire la causa di quel suono, percorse cauta il lungo corridoio, sbirciando dentro le corsie ombrose. Nell’ultima, quella dedicata alle fiabe, si accorse che un libro era caduto per terra. Sollevata, lo raggiunse e lo prese in mano.
– “Cappuccetto rosso”…- sussurrò.
Lo guardò un attimo, confusa. Poi si strinse nelle spalle, lo rimise a posto, e tornò alla scrivania.